I mari sono mari solo quando si muovono.

17 ottobre 2018 § Lascia un commento

Se ne stava lì, sotto quel portico tra i vari negozi e la libreria dove aveva appena comprato quel libro. Il libro era in realtà un sasso, come quando si va al mare e si usano le pietre per non far scappare l’asciugamano. Se ne stava lì, con quel libro in mano, per non sfuggire allo scorrere del tempo. La leggerezza era troppa. In questi momenti ci si inventa qualsiasi cosa per non stare immobili, la stasi del tempo non è contemplata. Passarono circa 20-25 minuti dalle 16 e anche da quando iniziò a leggere. L’attesa era strana e non si riusciva a definirla, le pagine s’incollavano alle dita e i vari autobus si susseguivano, riversando flussi di persone lungo la strada. Quando finalmente scese dall’autobus si trovava alla pagina 27 del libro e improvvisamente tutto diventò nitido, saturo e pregnante. Non riusciva nemmeno a guardare gli occhi, il viso, le mani. Fece un passo indietro prima di abbracciare quel corpo, e si sentì a in pace con il mondo. E poi via indietro verso casa, tenendo i bagagli sulle spalle e riparandosi con le mani dal sole di quella giornata inspiegabilmente estiva. Guardavano il telefono cercando la giusta strada, ma nessuno dei due riusciva a contenere l’entusiasmo. Nessuna concentrazione a riguardo, attorno ormai non c’era nulla, le strade erano vuote e senza cartelli. Non ci si poteva soffermare o distogliere. Il cuore aveva invaso tutto. Ed era giusto così: tutto era in ordine.

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Per tornare indietro stavolta presero un autobus che arrivò in ritardo. Sarebbe stato bello perderlo, ma in questa vita non era possibile. Le persone erano presenti, caotiche e disturbanti. L’aria iniziò ad essere pungente ed improvvisamente furono sommersi da segnaletiche e rimandi alla stazione. Decisero di non salutarsi, di non dirsi addio e di non vivere lo strazio. Non fu una decisione vera e propria, ma un accordo tra le due parti. Una metà avrebbe voluto immergersi per poi ritornare al caos regnante. Ma c’era un tacito rispetto, nonostante lo strazio e il dramma siano parti viscerali e presenti della condizione umana. E quando voltò le spalle non fece così male. Fece più male andare nella parte opposta e ripercorrere tutto quel pezzo da soli. Il tempo diventò pesante e insostenibile, come quando si calpesta una gomma da masticare e non si riesce a camminare. In questi momenti ci si inventa qualsiasi cosa per non muoversi, la fluidità del tempo non è contemplata. Pensò subito ad un racconto di Foster Wallace che finiva con “adesso l’unica cosa che voglio è salire in macchina e andarmene molto lontano, a sanguinare”. Mancava un quarto alle 13 e i muri vomitavano scritte senza senso mentre la gente tornava a casa per pranzo.

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16 settembre 2018 § Lascia un commento

Mi sveglio e sento ancora quel fastidio alla gola che mi tormenta da giorni. Ho passato le ultime settimane a camminare, tornando a casa. Ogni volta quella manciata di canzoni da ascoltare, l’aria pungente e il solito vento nello stradone che si unisce alla via del mio palazzo.

Adesso è il momento di fuggire un attimo, come i gatti che vanno a morire.

Io non so che farmene di tutto quello che sto provando.

Quando sono tornata a casa di mia madre e ho sentito la voragine aprirsi e mai richiudersi.

E quell’aereo, la paura di non esserci, tornare, quantificare. Stare bene e poi morire dentro.

E anche quando ritorni stai, in qualche modo, andando via da qualcuno.

 

 

capodanno

27 dicembre 2017 § Lascia un commento

 

Mentre dormi perché domani hai la sveglia alle 7:30 e non sai e non t‘interessa come concluderai questo 2017.

Io sogno di andarmene di nuovo, forse.

Anche se per il momento mi sta bene vivere in una città con la metro puntuale.

No future

2 agosto 2017 § Lascia un commento

Cosa resterebbe se togliessi tutti questi palazzi, se non ci fosse il Sony Center a Potsdamer Platz, se non ci fossero le palazzine di Kotbusser Tor, se non ci fosse il duomo di fronte ai monbijoux Gartens. Se togliessimo tutto per poter vedere quella sottile linea che unisce cielo e terra. Se fosse possibile vedere il mare o semplicemente mia mamma che mi fa ciao con la mano.

E più guardi lontano, più guardi indietro nel tempo, come gli anni luce che ci separano dalle galassie.

Chissà quale sarà la direzione giusta per guardare al futuro.

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1 agosto 2017 § Lascia un commento

Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e ” Dio mio! ” tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo”

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

Friedhof.

1 agosto 2017 § Lascia un commento

Se per caso dovessi cadere sulle tue stesse ginocchia, ricordati di quando ti ho fatto arrivare di fretta in un cimitero a Berlino ovest.

Tu non lo sai, ma io ho girato in cerchio evitando gli insetti e i minuti. Ho voluto aspettare proprio lì, con la voglia di starmene in silenzio ad attendere qualcosa.

Quando le cose ti passano davanti come le ubahn la mattina presto e tu sei troppo ubriaco per entrarci. Soffermati.

Io sono ancora lì, come quei sassi sulle tombe degli ebrei, immobili, che nessuno avrà mai il coraggio di spostare.

Dito.

30 luglio 2017 § Lascia un commento

Quando ho saputo del dito di R sono rimasta senza parole.

Una sera afosa R stava discutendo con una bestia.

La gente discute di continuo.

La bestia ha morso il dito di R staccandone un pezzo, la falangetta del mignolo.

Il sangue a terra, la gente che diventa pallida, il viavài di macchine.

R ha chiesto aiuto ai passanti e poi è stata trasportata al pronto soccorso con il suo pezzo di dito.

Quel pezzo di dito però non sono riusciti a riattaccarlo.

E non riesco a smettere di pensare ad R, che suona il pianoforte e che non potrà usare il suo mignolo.

Interrompendo ogni accordo, spezzando ogni gesto, fermando il tempo per un attimo che puntualmente ti riporta a quell’istante, inevitabile, come la peggiore delle ingiustizie.