31 gennaio 2014 § Lascia un commento

Che se sapessi bene dove cercare uscirei fuori di casa per ridire tutto dall’inizio. Ma l’ho fatto così tante volte che non mi preoccupa il fallimento in sé, ma l’ennesima delusione. Un giorno va bene, gli altri sei fanno schifo. Io non so se in tutto questo sono solo io quella che avverte malessere in ogni dove. Non so mai niente. Sto studiando che la distanza è generata dal senso della vista. Ma a me pare una questione più complessa. Ed io sto contemplando un vuoto che non si vuole correggere e che si alimenta ogni giorno. A volte proprio non ci posso credere di essere così, non è possibile avere tutto questo, di averlo costantemente nel tempo. E’ assurdo. Non pensavo di essere capace di tanto sentimento.
Vorrei regalarlo a qualcun’altro, perché ora come ora non serve. E’ ingestibile così, si deforma e diventa un mostro.

Ho sognato di provare a parlarti, ma non c’era niente di bello. E poi una risposta gelida come quell’espressione di chi non ti pensa più.

FIlm.

29 gennaio 2014 § Lascia un commento

Mentre pulivo il tavolo ho avuto una marea di ricordi vivissimi, tanto da farmi confondere e non capire in che direzione stesse andando il tempo. Eri lì che sistemavi il pc per guardare un film. Fumavi una sigaretta bevendo un caffè, io ti ho chiesto se potevi rifare il letto per poter andare a vedere il film in camera. Tu mi hai sorriso come un bambino.

Mi sono girata e mi sono resa di parlare ad una persona che abita con me, dicendole che odio quando gli oggetti mi danno quel senso di commozione per poi esplodere in un ennesimo racconto sulla loro esistenza. Ho pensato all’incosapevolezza del tempo che passa, quanto avrei dovuto raccogliere e quanto ho ancora qui in questo sacchetto empirico. Mi vengono fitte forti al petto e ci siamo io ed il mio respiro che è il mio pensiero. Mi sento in un formicaio dove ognuno è uguale ed esegue gli ordini. Non si dorme mai.

Vedo la luce insediarsi dalla finestra, nasce un nuovo giorno ed il mio corpo muore nella stanchezza per riposare in questa culla fredda ed insicura. Ogni due settimane torno pateticamente a casa a ricaricarmi di quel unico calore rassicurante, di una madre che guarda la figlia un pò cresciuta che vive con la sistematica esigenza di avere almeno una certezza.

Convivo con l’idea che non sia cambiato nulla, ho provato a scombinare la struttura, fare disordine. Ma è sempre lì a galleggiare in un questo mare torbido e denso di parole. Ci sono io, sempre io, che non riesco a riempire questo enorme vaso bucato.

Ci sono io, che agito le braccia. Ancora.

28 gennaio 2014 § Lascia un commento

Non avevo mai comprato della balsa. Costa un sacco. Ed è ha una superficie simile a quel che immagino della pelle di Natalie Portman.

Ed invece voi, come siete brutti tutti quanti.

I giorni della merla.

27 gennaio 2014 § Lascia un commento

Sento il tic tac dell’orologio e guardo fisso questo muro, oggi inizieremo a costruire il personaggio del video in stopmotion. Ho disegnato fortissimo fino alle cinque del mattino. Questo sabato sono rimasta sobria e ho guardato un po’ disgustata le vostre facce umide di alcol mentre vi agitavate ai ritmi di canzoni messe da un ubriaco con la maglietta di un gruppo di merda. Mi avete detto che non metto allegria e voglia di vivere, solo perché stavo seduta su un divano a parlare con un’amica. Ho visto un concerto di un cantautore di quelli che dicono sempre le stesse cose prima di intonare le canzoni. Sono sola e non ci si crede mai a questa cosa, anche se lo dico da mesi. Ho diversi impegni, diverse cose da fare, soldi da spendere, cose da dire al telefono a Sabina. Sogno di perdere denti a metà, di non sorprendermi e di buttare telefoni in mare. Mi dico sempre che sarà mai, e Febbraio si avvicina, avanzando come un bruco verde. Lo vedo da lontano e lo aspetto con un bastoncino, lo farò salire sopra e me lo porterò fino a Marzo, in tasca, per stringerlo e farlo a pezzettini. Io te l’ho detto che ti sbagliavi ma tu non ci credevi. Ora che ho visto così tanto di qua, di tutti, ho solo voglia di andarmene… O di ricredermi. Se ne son accorti tutti, pure quelli che volevano conoscermi meglio. Son così, alla ricerca di niente e con delle cose da terminare.

Sono qui, da sola, come tutti voi, che invece vi credete meglio perché cercate cose che non avrete mai. Io mi tengo gli amici, i libri, i concerti e gli esami da terminare. Carnevale è vicino e siete tutti mascherati da mesi, con degli abiti orrendi e delle facce appese al contrario, vi siete persi tutti in una strada creata da pusillanimi che corrono in cerchio. E continuate a sentirvi speciali perché vi credete sereni in un letto altrui.

State addobbando tutto con festoni e lucine colorate, ma Natale è finito da un pezzo.

Blu Parigi.

24 gennaio 2014 § Lascia un commento

 Il peggio è passato, ora se magari la smettesse di piovere.

Un giorno fuori casa senza tornare è stato come andare alle terme, revitalizzante.

Fortune.

23 gennaio 2014 § Lascia un commento

Chissà perché in giornate così dense di conversazioni io mi ritrovo a fuggire per un intero giorno. Alla fine pure io mi prendo la mia pausa esistenziale e ti dico “andiamo ad ubriacarci e a giocare a forza quattro” e tu mi dici di sì e passiamo la notte a parlare di filosofia, del novecento, della noia e di Londra. Ci gasiamo a vicenda perché abbiamo fatto un patto e andremo in America, non ci perdiamo d’animo e torniamo nel castello dove stai a guardare cose che fanno ridere con un bottiglione di vino che manco a 16 anni te lo compravi. Mi ospiti, mi ascolti, ti ascolto e faccio mille sospiri di sollievo. Ci addormentiamo con quaranta coperte e ci svegliamo con le facce rovesciate ma serene. Fai il té, accendi il fuoco e guardiamo la città che fa rumore. Avere amici così è una grande cosa, nessuno ti chiede niente di particolare, nessuno urla. E’ pace assoluta a meno di un chilometro da casa mia

Nistagmo pt.7

22 gennaio 2014 § Lascia un commento

Ho sognato di

Morire, come al solito, da sei mesi sogno di morire e di svegliarmi mentre muoio.

Di sputare metà dente e di andare da Sabina e dirle “oh guarda, mi si è diviso un dente, questo è mezzo grigio”.

Di girare nel centro storico della città e vedere delle grandi finestre orizzontali, in alto, sui palazzi, con scritto: ZYKLON B.

Sono uscita a fare un giro perché volevo prendere un pò di sole. Sono andata al parco, quello dove i bambini giocano, erano silenziosi e non mi guardavano. Ho stappato una birra e mi sono seduta lì con un vestito nero a pois. Era tutto molto grigio e impalpabile, son rimasta meno di un’ora e ho guardato le persone correre lungo il perimetro del parco. Sono andata sotto la casa dove abitavo più di un anno fa, e ho guardato la finestra della mia camera. C’erano degli oggetti appesi con una corda e non riuscivo ad afferrarne nemmeno uno, son rimasta lì, a guardare entrambi i lati della strada, ricordando un signore anziano che vomitava fuori dal suo locale, appoggiato ad un palo. Son rimasta lì ferma ad osservare la fine della via senza mettere a fuoco, sembrava un altro posto, una manciata di macchie lunghe e monocromo. Ho pensato alle lenzuola a righe celesti che ho odiato per mesi, al mio spazzolino verde e quell’odore di muschio bianco che mi nauseava tanto da sentirlo in bocca. Il bagno lungo e stretto, i pezzi di nastro carta con il martini shot e tutti i gelati che non mi piacciono. Prima era bellissimo non sapere niente, leggere quel libro e avere davanti tutto un mondo di cose inesplorate. Mi piaceva svegliarmi la mattina e sentirmi autonoma, non soffrivo di pensieri sconfinati. Poi penso a quando ho dato il secondo esame all’università e cosa confezionai come video finale. Ero così spudoratamente sola e assente da averne fatto un’abitudine perfetta. In realtà ho dei ricordi esageratamente forzati ed una testimonianza inequivocabile. Il video era fatto di posti vuoti, azioni inconcluse e grigiore esasperante.
Ho riletto delle cose scritte anni fa e manco le ricordavo. Ho pensato a quanto certi eventi siano così coinvolgenti da farti dimenticare quanto di brutto c’è stato.

La cosa che più mi rattrista è che ho pensato a quanto ho perso di tutti voi negli anni, e di quanto non posso proprio riavere nulla, molte cose sono state rimosse per lasciare spazio all’egoismo del stare bene. Ma è stato come stare in una casa in affitto, pagare tutti i mesi, viverci dentro e poi il padrone di casa decide di mandarci i nipoti al posto tuo. Rimani lì, tagliato fuori, con nessun investimento fatto, senza poterci fare nulla. Te ne devi andare e trovare un posto decente, estraneo. E non ti va, non ti va bene finché non capisci che sotto i ponti non ci puoi stare e che devi impegnarti per avere quello che vuoi. Di giorno elaboro, eseguo i comandi e la notte ho paura.
Dormo poco e vorrei non averne bisogno, perché non mi va di svegliarmi. Non mi va di dire ogni giorno ”è un altro giorno”. Vorrei che fosse una cosa continua dove posso distruggermi così tanto da riuscire a cavarne piede da tutto, con lo sforzo. Voglio sforzarmi ma odio svegliarmi perché devo motivarmi ogni giorno dall’inizio, sembra un’incessante processo di ricominciare da zero. Non mi piace svegliarmi e realizzare. Vorrei solo sentire che i miei sforzi siano qualcosa di utile e che non ci fosse sempre quell’angoscia di iniziare tutto, da sola. Non voglio svegliarmi e avvertire questo mio esistere fluttuante nell’aria senza un senso, questo sentimento di collera che si rivolge sempre e solo a me, perché posso prendermela solo con me stessa. Ogni giorno. Non mi va di stare a spiegare il vuoto. Non so più come vestirlo, come addobbarlo. E’ grottesco, non mi piace, lo trovo stupido e ossessivo. E’ come vestire un morto tutti i giorni, è come le cose che fanno i pazzi. Vorrei resettarmi, vorrei tornare indietro e cambiare direzione, casa, eventi. Vorrei una strada alternativa a tutto. Un corsia di emergenza. Non mi sorprende più niente e sento solo la nausea, forte, che ribollisce, e questa versione di me che mi travesto per nascondere tutto questo mio interminabile intervallo, dove non nevica, non c’è il sole, non ci sono oggetti, non ci sono medaglie, eroi, risate, benevolenza, qualcuno che ti può fare qualcosa. Ci sono io e questa stanza vuota. Nell’immobilità d’animo dove tutti corrono e non vanno da nessuna parte, e corrono così tanto che ti urtano e ti fanno cadere. Io mi sento come quando andavo a farmi aggiustare i pensieri in quel palazzo con le vetrate e le ringhiere rosse, mi sento come quando mi sedevo lì, e aspettavo il mio turno sulle sedie verdi. Mi sento come quei giorni passati a casa da sola, mi sento come quella volta al liceo, mi sento come quella volta che mi hai guardata così salendo quelle scale. Mi sento come tutte le volte che avevo provato a parlare. Di tutte le volte che ho urlato al telefono e mi hai chiuso la telefonata. Di tutte le volte che ho trovato qualcuno e poi se n’è andato, e tutte le volte che so e sono consapevole che mi manca tutto, mi manca niente ed ho paura del prossimo mese, di quel giorno in cui ci sarà l’anniversario del mio ennesimo fallimento, dell’espiazione dolorosissima che non ho mai voluto fare, del fatto che per una volta io non mi voglio spostare da questa casella, ma come nelle case in affitto, devi fare le valigie e dire ”va bene”.

Dove sono?

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