Joan of Arc

30 novembre 2013 § Lascia un commento

Alcune mattine mi sveglio con dei pezzi piccolissimi di vetro tra gli occhi, di notte penso e mi si cristallizzano le parole.

La geografia del mio corpo è fatta di frane e terremoti. Quando esco non mi sento più il naso e mi dici che sono la rossa più bella.

Alcune mattine mi sveglio e mi faccio il caffè al ginseng, i biscotti al burro non riesco a mangiarli perché son rimasti quelli con lo zucchero sopra che scarto sempre.

Ho voglia di litigare e stamattina era una di quelle mattine con il discorso pronto e la faccia brutta, poi quando ho visto che ore erano mi sono depressa e ho messo la testa sotto la coperta.

Ho pulito la casa cantando canzoni con la scusa del regolarizzare il respiro. Ieri mi hai chiesto se fumavo ed io ti ho detto di no, tu mi hai detto di giurare su di te ed io ho giurato su gesù, mi hai detto

non vale.

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The trouble with birthday cake.

30 novembre 2013 § Lascia un commento

Last night I dreamt

I had the chicken px

at my birthday party.

I blew out the candles

and made a wish

but no one wanted cake

because the thought

I got germs all over it.

I woke up

and remembered I was single.

30 novembre 2013 § Lascia un commento

Mi è venuto in mente che una delle ultime volte che mi hai parlata non mi ha concesso nemmeno le vocali.

American Dust

29 novembre 2013 § Lascia un commento

Quel pomeriggio non sapevo che la terra aspettava di ridiventare una tomba nel giro di qualche giorno appena. Peccato non poter afferrare il proiettile in corsa e rispingerlo dentro la canna del fucile calibro .22 perché si riavviti nel caricatore e di lì dentro al bossolo, come se non fosse mai stato sparato o nemmeno mai caricato. 
Vorrei che il proiettile fosse ancora nella sua scatola con gli altri suoi 49 fratelli e sorelle che la scatola fosse ancora al sicuro negli scaffali dell’armeria e che quel piovoso pomeriggio di febbraio fossi passato davanti a quel negozio senza entrarci.
Vorrei che invece di proiettili mi fosse venuta voglia di un hamburger. C’era un ristorante proprio di fianco all’armeria. Facevano degli ottimi hamburger, ma non avevo fame.
Per il resto della mia vita penserò a quell’hamburger. Mi siederò lì, al bancone, tenendolo tra le mani, con le lacrime che mi scorrono lungo le guance. La cameriera guarderà altrove perché non le piace vedere i ragazzini piangere mentre mangiano hamburger e poi non vuole mettermi in imbarazzo.
Sono l’unico cliente nel ristorante.
Le mancava solo questo.
Come se non avesse già i suoi di problemi.
Il suo ragazzo l’ha lasciata la settimana scorsa per una rossa di Chicago. Quest’anno è la seconda volta che le capita. Non riesce a crederci. Non può essere una semplice coincidenza. 
Ma quante rosse ci sono a Chicago?

Frida to Diego.

25 novembre 2013 § Lascia un commento

“La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina-disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.

Fra poco si leverà il sole.”

 

25 novembre 2013 § Lascia un commento

Asma.

25 novembre 2013 § Lascia un commento

L’altro giorno vi ho detto che era incredbile il male che un singolo individuo può infierire ad un altro. In tutti i modi. E poi ti ho immaginato mentre morivi e mi è venuto da svenire. Ho camminato per ore, un rettilineo infinito, un rettilineo che ho calpestato per anni e anni e che poi avevo dimenticato. Lì, dove c’era la madonnina con i lumini accesi, dove ti ho fatto dormire una volta perché non potevi venire a casa mia. Il supermercato dove andavo a comprare la coca-cola, il marciapiede con le fioriere vuote, la scuola, un’interminabile collina dove poi hanno costruito un ospedale. Ho camminato sapendo che ci sarebbe stata una fine a quella via, sapendo che i miei piedi mi avrebbero portata nel posto dove abitavo anni fa. Non tornavo lì dai 16 anni circa. Ho cercato di non farmi vedere, non avevo voglia di incontrare nessuno ma solo di passare di lì per guardarmi attorno. Non è cambiato nulla fondamentalmente, a parte la sensazione di sentirmi stretta, ora mi sembrava tutto più piccolo. Mi spostavo tra le pareti come i gatti che usano le vibrisse per capire le proporzioni degli spazi attorno. Finché non sono arrivata alla mia casa, un uomo è uscito senza che mi vedesse, io ho sbirciato da lontano e dove c’era il soggiorno c’era una sala da pranzo con quadro orribile. Girandoci attorno ho notato che hanno tenuto la tenda veneziana color pesca nel bagno, e da quella che era la porta a vetri della mia veranda, ho visto riflessa una coppia con un bambino. Immagino abbiano anche un cane viste le reti sulle ringhiere. Sono andata via, e ho alzato lo sguardo verso l’appartamento di sopra dove abitava un anziano che m’invitava sempre da bambina, a guardare le gare di formula uno, aveva un bel televisore e mi offriva sempre un bitter, io già ad 8 anni sentivo la sua solitudine come se fosse un problema correlato a me, mantenevo l’impegno di andarlo a trovare per fargli un pò di compagnia. Penso sia morto, Giovanni, gli era rimasta una sorella malata e una manciata di nipoti. In fondo alla via principale la strada è distrutta e si è parcheggiato un furgone con un’antenna parabolica enorme, sono di canale cinque mi aveva detto Sabina. Io rinfilo i piedi sulla direzione opposta e proseguo per diversi km. A tratti mi viene la tachi random quando l’mp3 mi sgancia bombe musicali dritte verso il petto. Vado verso il parco, non posso andarci perché è distrutto, allora guardo dal ponte senza attraversarlo: è completamente buio e risuonano i Notwist. Me ne vado, faccio una foto ad una signora che guarda la televisione in piedi, la vedo dietro il vetro del suo salone. Vado in stazione a vedere la gente che parte e con la scusa mi prendo gli orari per partire anche io, faccio una foto ad un tabellone guasto. Mi viene attacco d’asma, lì in mezzo ai binari. Da sola. Respiro piano piano, sento la gola ed i bronchi che si chiudono e mi sale il gelo nella testa. Cerco di respirare con il naso ma il freddo peggiora la situazione. Allora cammino lentissima verso casa. Entro e ci metto quaranta minuti a riprendermi del tutto. Mi piglio il ventolin e mi siedo sulla poltrona. Domani vado dal medico e poi faccio finta di tornare a casa mia, dove non mi serve camminare per farmi mancare il respiro.

Dove sono?

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