Storia di un bambino che non sapeva delle cose.

28 giugno 2012 § 1 Commento

La vita di S. sbocciò in un lamentò sordo d’ovatta della mamma. Una nascita paradossalmente poetica, un ossimoro. Nel momento in cui lui strillò appena uscito dalla vagina della madre, lei rimase a bocca aperta, mentre S. le rubo la scena e la parola. S. fu il nome che volle il padre, ma ci mise davvero molto per decidere, dopo la morte di sua moglie il neonato rimase senza nome per un mese. Le zie, le nonne, le prozie, i cuginetti, gli zii, gli amici delle zie e degli zii piangevano fortissimo in faccia al neonato. E lui a sua volta strillava, e rivendicava il suo ruolo di piangitore.
S. con il suo nome, iniziò a crescere mentre gli zii e le zie e le prozie e le nonne con i nonni non cominciarono ad andarlo a trovare. Aveva una passione per i pennarelli colorati (forse un po’ come tutti i bambini). Non faceva cose straordinarie, infilava i tondi con i tondi, i quadrati con i quadrati, le stelle con le stelle e di tanto in tanto usava il triciclo. Alle elementari non legò molto con i suoi compagni, faceva i suoi compiti e poi tornava a casa. Una volta a settimana aveva il rientro e il padre preparava sempre un tupperware di polpette al sugo. S. le mangiava fredde, dopo il primo boccone andava meglio e riusciva a mangiarle senza stringere gli occhi. Avevano fatto il terraio con le chiocciole a scuola. Al padre non è che non importasse di questo fatto, solo che era talmente stanco che si limitava a due sorrisi sinceri con un’evidentissima palpebra calante. Riuscì a terminare le scuole elementari, salutate le maestre, salutate le vacanze, si andava incontro alle scuole medie. Andava bene a scuola, aveva voti alti. Molti nella sua classe avevano i voti alti. Alle medie c’erano quelli con i primi baffi morbidi, le scarpe da pugile con i lacci un po’ dappertutto e se c’erano i saldi la giacca dell’adidas con le bande bianche. S. non badava molto all’abbigliamento, ma dopotutto non si vestiva male, il padre prese l’impegno di scegliere abiti e colori. L’unica cosa che S. non capiva era il perché di quella borsa pesantissima che doveva trascinarsi ogni giorno fino a scuola. Aveva una marea di quaderni, spesso anche quelli che non servivano. Questa mania del padre non aveva senso per lui. Poi arrivarono al termine anche le medie con il terzo anno, e la sua vita sociale rimase allo stesso punto. Il padre più volte lo spinse a frequentare centri ricreativi dove poter conoscere qualche amico e stringere qualche legame con i suoi coetanei. S. non era convinto di questi posti che brulicavano di soggetti poco invitanti. Faceva sempre molti esercizi a scuola, spesso noiosissimi e ripetitivi, forse per questo i suoi voti erano sempre buoni. Disegnava tantissimo, le professoresse lo spronavano molto in questo. Gli permettevano di stare ore e ore a disegnare.

Un ragazzo di quelli con le scarpe da pugile un giorno si lamentò dei voti ingiusti presi durante l’anno, indicò S. e disse:” Ma com’è che lui cià 8 in tutto e disegna e basta, è un malato ed io che non lo sono ciò questi voti bassi, io almeno so scrivere temi più lunghi”.

S. rimase un attimo fermo, con quel pennarello Carioca zucchero filato che teneva in mano mentre colorava l’ennesimo filo di cielo, alzò lo sguardo e disse:”Quindi volete dirmi che io sono malato e nessuno mi ha mai detto nulla fino ad oggi?”

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Il lamento del sobrio.

26 giugno 2012 § Lascia un commento

Oh tu che abiti nel palazzo davanti al mio.

 

Oh tu che abiti nel palazzo davanti al mio ed osservi silenzioso la massa informe di chiasso che si espande lungo la strada.

Oh tu che abiti nel palazzo davanti

Tu che che abiti nel palazzo davanti al mio e accosti la finestra.

Tu che silenzioso osservi la massa informe.

Nel palazzo davanti, mentre si espande il giocoso vociare dei baldi giovani.

Il battito secco delle mani, briose conversazioni, amorevoli rimproveri.

Oh tu che abiti nel palazzo davanti e silenzioso osservi attraverso il vetro nella tua finestra,

Oh tu che abiti nel palazzo davanti,

ed io che abito davanti a te ed invito le festanti creature a diminuire l’intensità delle celebrazioni a Dioniso,

oh tu, che abiti nel palazzo davanti e silenzioso osservi.

 

Vaffanculo.

A metà.

22 giugno 2012 § 2 commenti

Non arrivano i soldi, sono povera e bianca: sull’orlo di una crisi gestisco male il danaro mentre rifletto una luce bianco pallido sulle pareti di questa stanza.

Vado in mensa e ci sono le ciligie.

Vado in mensa e c’è l’insalata di riso fatta con il riso da risotto crudo e farinoso.

Vado in mensa e penso a quando eri punk e spegnevi i lampioni a calcioni, al canada e agli animali da compagnia; un alce in crisi di peso.

 

 

Un incredibile voglia di gelato al creme caramel, i fruttini nel bar sotto casa a 1 euro, il bitter offerto da nonna sul tavolo verde e tondo in cucina.

 

Ma hai capito di cosa parlo?

 

No.

Che a quest’ora passano solo film norvegesi come se fossimo in un regime black metal.

19 giugno 2012 § Lascia un commento

Beata te che non capisci un cazzo.

19 giugno 2012 § Lascia un commento

 

 

Brutti mestieri.

Sensazione # 3

17 giugno 2012 § Lascia un commento

Torno qui pochi giorni per vederti, trovo omogeneizzati alla pera in cucina perchè ti sei confusa. Il gatto mangia omogeneizzati al pollo. Io comunque ne mangio uno alla pera, mi viene in mente la sensazione dei semini. Era proprio come ricordavo. Lo finisco con i conati.

Non è il massimo in estate.

 

Direi proprio di no.

– Caldismi pt. 1

15 giugno 2012 § Lascia un commento

Questo caldo terribile, questo profumo di pianta appena fiorita: dolciastra ed invadente.

Quando lavoravo in quel posto dovevo essere davanti alla hall alle otto. Veniva Federica e andavamo a lavoro in macchina, noi dormivano a 30 chilometri dal piccolo buco con bancone dove dovevamo consegnare pezzi di fogli e chiavi. Abitavo in una camera con una ragazza bionda alta e bella, l’ho vista desta 3 volte in tutto. Avevamo orari completamente opposti. Io uscivo di casa che lei dormiva beata nel suo letto matrimoniale, con il piccolo pc sul comodino, perché  l’unico punto dove prendeva il cellulare in rete italiana e non francese. Ricordo i suoi abiti da lavoro eleganti sulla sedia, il suo profumo era delicato. Aveva un sacco di cose nel piccolo bagno che dovevamo condividere. Io tenevo tutto in valigia temendo un trasferimento immediato, così fu infatti. La notte tornavo tardi dal lavoro, e lei dormiva con una sottoveste chiara. Era davvero bella, ed io mi sentivo orrenda. Il primo giorno arrivai alle 3 di notte. Il letto era spoglio ed avevo le lenzuola piegate e pulite sul materasso. Peccato che per capirlo ci misi almeno 10 minuti dato che c’era il buio perché lei dormiva ed io non volevo svegliarla. Aveva messo lei le lenzuola sopra il materasso. Accese la luce e mi osservò stordita. Io le disse qualcosa di poco chiaro cercando di non sembrare pazza, ero stanca e non avevo in mente la formula di presentazione migliore per dire ”sono quella che deve stare in camera con te, ed abbiamo degli orari decisamente diversi”. Boffonchiò qualcosa, io ricordai i miei colleghi e altri impiegati che mi parlavano di lei. Severa sul posto di lavoro, non parlava con nessuno, non usciva la sera, andava a letto alle nove. Io la trovai molto gentile, anche se si lamentò della mia intrusione non prevista, io facevo fatica a ricordarmi la strada per la camera. Erano tutte uguali e la notte mi fumavo una diana blu con Giovanni della reception. La mattina infilavo la mia maglietta bianco non dash e andavo a fare colazione. I cornetti, i cereali, il caffè, il succo alla arancia gialla che odio. Guardavo l’acqua invadere il cotto tra le aiuole quando la mattina presto venivano azionati gli irrigatori, aspettavo Federica che in macchina mi avrebbe parlato di Civitavecchia e del tumore che la colpì cinque anni prima, poi quel profumo di pianta appena fiorita.

Sabrina potevi farmelo il letto almeno.

Dove sono?

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