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28 febbraio 2013 § Lascia un commento

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26 febbraio 2013 § Lascia un commento

Ciao mi chiamo P. e non i soldi per pagarmi l’università.

20 febbraio 2013 § Lascia un commento

La vita di S. sbocciò in un lamentò sordo d’ovatta della mamma. Una nascita paradossalmente poetica, un ossimoro. Nel momento in cui lui strillò appena uscito dalla vagina della madre, lei rimase a bocca aperta, mentre S. le rubo la scena e la parola. S. fu il nome che volle il padre, ma ci mise davvero molto per decidere, dopo la morte di sua moglie il neonato rimase senza nome per un mese. Le zie, le nonne, le prozie, i cuginetti, gli zii, gli amici delle zie e degli zii piangevano fortissimo in faccia al neonato. E lui a sua volta strillava, e rivendicava il suo ruolo di piangitore.
S. con il suo nome, iniziò a crescere mentre gli zii e le zie e le prozie e le nonne con i nonni non cominciarono ad andarlo a trovare. Aveva una passione per i pennarelli colorati (forse un po’ come tutti…

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Grande festa.

20 febbraio 2013 § Lascia un commento

La premura di cogliere un paio di fiori gialli, la premura di coglierli come si deve, senza strapparne via il gambo in modo malvagio. Passeggiavo per Madrid quando una ragazza mi fermò tra la gente per regalarmi una margherita di fil di ferro, io masticavo forte una caramella alla fragola che ho odiato fin da subito. Nella piazza si consumava una manifestazione che non capivo. Mi parla atti psicomagici e prova a crederci, ma lo ripete così tante volte che non ha più senso. Mi parla di mari, strade e veicoli mentre cerca le chiavi nelle tasche, e non le trova, le dico vieni a casa: “Ho letto di animali e fiori” le dico, “che spesso cambian colori”;

Sventola freddo un vento sulle mie spalle, un mantello ricoperto di ghiaccio e mi divincolo abbracciando l’idea di poterti ricoprire di foglie e nasconderti. Impedirti la vulnerabilità, farti camminare su tappeti di ovatta, chiederti costantemente perché, percome.

Sentirmi sprofondare su questa sedia di sabbia.

Ti urleremo tutti in coro: cosa hai fatto tu per noi.

E sarà una grande festa.

 

Monofase invernale

12 febbraio 2013 § Lascia un commento

Da bambina mettevo un plaid nel pavimento bianco perla della mia camera. Il plaid era blu ed aveva dei fiorellini rossi e gialli. Mi si diceva di metterlo a terra per giocare senza stare con il cosiddetto culo-per-terra. L’infinito gioco del mettere in ordine la casa-trolley di Barbie. Faccio la stessa cosa in silenzio con gli oggetti veri e solamente più grandi, metto in ordine e sto zitta, se vengo interpellata non riesco a destarmi immediatamente, perchè penso a te G.

G, che non mi prestavi il monopattino.

G, con i tuoi genitori che mi chiedevano una preghiera a piacere quando m’invitavi a mangiare a casa tua.

G, con la bottiglia di Sprite senza ettichetta, posta sul lavandino del bagno e contenente l’acqua ‘buona’ per lavarsi i denti.

G, con la sorella dal nome di maschio.

G, che non mi hai mai voluto bene.

G, che eri solo un buon partito e perchè prendevi sempre ottimo a scuola.

G, che vestivi di fiorellini e maniche a sbuffo.

G,  che tuo padre era affabile e si dedicava ad attività religiose, quasi mi pareva un miraggio di reverendo Campbell.

G, che eri molto apprezzata.

G, con i tuoi occhi a fessura e le lentiggini sul nasino.

G, con la macchina piccolissima di tua mamma.

G, con tua mamma che mi guardava storto.

G, con le ricerche copiate dall’enciclopedia a casa tua.

G, con un baule in camera.

Io ricordo il cortile della mia camera, la finestra con la tenda chiara, gli adesivi della scrivania color caramella, il giorno che è ho bruciato la minigonna rosa di barbie infilandola nella lampadina per fare la luce colorata. La radio bianca ascoltata dopo cena, le stilo che perdevano polvere bianca, le fughe tra le mattonelle perfettamente pulite, la superficie ruvida del tavolo della cucina. Le petunie che mi piacevano tanto, nel cortile principale di casa, i gerani, le grandi piante verdi, il timore della bella stagione con il riempirsi di api. Il cancello che non si chiudeva bene, scavalcare a turno per riprendersi il pallone, il giorno che sei caduto dalle scale e ti sei rotto la testa. Mamma ti ha preso un asciugamano per fermare il sangue, tua madre non capiva niente e tua sorella diceva che sembravo un fagiolo quando mi vestivo di verde.

 

                                    Immagine

 

ho tutto in testa ma non riesco a dirlo

4 febbraio 2013 § Lascia un commento

astro

I film plastici di italia1 del sabato pomeriggio.

4 febbraio 2013 § Lascia un commento

Ascolta della musica monofonica bevendo tè che in precedenza era caldo.

E’ freddo, sa di sporco.

Guarda la fiammella della stufa a gas, quei piccoli otto-rovesciati-simbolo-dell’infinito sistemati in fila nella piastra. Il tremare della fiamma al contatto con la piastra. Si alza, cammina portandosi la tazza ancora piena. La rimette nel microonde ed imposta un minuto e trenta schiacciando due volte il bottone. La tazza gira per un minuto e ventinove

 

 

 

 

apre prima del fastidioso suono: il tè non è più sporco.

Carla s’è nascosta nel vestibolo con Meremuci mentre la madre la cercava agitandosi per i corridoi. S’è fatta trattenere per la vita, in vani tentativi di divincolarsi si è aggrappata al buio. Il vestito di lanella marrone, ma se va avanti così pare un romanzo da casalinga con poche pretese e facili stimoli.

 

 

 

Dove sono?

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